ELISABETTA CARDELLA – ‘-10.994’

Quando hai capito che volevi diventare un artista? 
L’essere artisti non si stabilisce a tavolino, l’attitudine creativa si ha fin da piccoli. È il prendere coscienza di quello in cui credi che arriva dopo. Quello che si può decidere è di prendere coraggio, farne una professione e vivere di quello. Per me non c’è un momento significativo, che io abbia memoria ho sempre creato. È stato un lungo percorso per raggiungere la consapevolezza delle proprie capacità, e ancora c’è molta strada da fare.

Potresti parlarci delle tue influenze artistiche e quali artisti ti hanno maggiormente ispirato?    Sono cresciuta in campagna dove si trova un importante Museo di Storia Naturale che visitavo spesso. Il mondo minerale, animale e vegetale sono stati la mia prima fonte di ispirazione e suoni odori e immagini di quell’immaginario mi accompagnano tutt’ora. Di conseguenza mi affascinano gli erbari, le illustrazioni botaniche, i bestiari medievali, le Wunderkammer, le collezioni di anatomia. I corpi dell’arte classica, gli incubi di Fussli, la natura spaventosa e imprevedibile dei romanticisti, il surrealismo (Ernst, Magritte, Leonora Carrington, Remedios Varo, Bridget Tichenor), i fotocollage di Dora Maar e Man Ray. Curiosa verso il mondo dei social, della grafica digitale, dell’arte applicata alla moda e al design.

Preferisci lavorare da sola o con altri artisti? 
Per me creare è un atto intimo e devo farlo in assoluta solitudine. Quando chiudo la porta del mio laboratorio tutto il resto resta fuori. Lo scambio con altri artisti o fruitori c’è ma arriva in altri momenti. Mi piace il confronto e apprezzo il coraggio della critica che è riflessione e crescita. La preferisco al complimento di circostanza. Nei progetti da me realizzati ho collaborato in sinergia con architetti, designer d’interni, videomaker, sound designer per installazioni interattive, videoproiezioni e scenografie per teatri, allestimenti e mostre. È sempre una sfida molto stimolante che ti obbliga a ripensare l’iter del tuo lavoro, trovare soluzioni nuove, mettersi in discussione.

Ci puoi raccontare un progetto al quale stai attualmente lavorando? 
Di questo periodo mi ha incuriosito la reazione delle persone ad una condizione a cui non siamo abituati. In solitudine o in convivenza forzata chiusi in piccoli spazi, senza possibilità di relazioni, con molto tempo a disposizione, senza lavoro né svaghi si è costretti a fare i conti con il riverbero delle nostre stanze. Tutte le nostre reazioni e sensazioni sono amplificate dal silenzio: le ansie, le frustrazioni, le mancanze, i rimorsi. Ho realizzato così una serie di ritratti immaginando persone assorte nei loro pensieri, in solitudine, come buchi della serratura dai quali affacciarsi per curiosare sulle vite altrui. Ad ogni volto ho associato alcune frasi riprese dai post fb dei miei contatti ricamandole su materiali usa e getta . Si parla di amore, ambiente, arte e morte in tono fatalista, drammatico o ironico. Ho deciso di dilatare i tempi mettendo in slow motion la bacheca e trasformando questi segni effimeri in qualcosa di eterno in un gesto fuori dal tempo. Un progetto artistico ha bisogno di tempo per essere elaborato, digerito e realizzato. Un tempo un’opera richiedeva anni per essere realizzata ed era pensata per rimanere alla visione del pubblico per secoli. Oggi produciamo opere che saranno usufruite per il tempo necessario di fare una scorta di like per poi essere fagocitate in quel flusso di pensiero collettivo che è la nostra bacheca. I tempi della produzione e della fruizione sono ora costretti a fare i conti con questa bulimia di immagini, sentimenti, concetti e opinioni. In un momento in cui ci è stato chiesto di rallentare la mia opera si chiede fino a che punto l’arte può assecondare la velocità. Questo progetto ha richiesto tempo per essere realizzato e ne chiederà altrettanto prima di essere esposto.

Cosa avresti fatto se non fossi diventata un artista?    Per vivere probabilmente altro ma la sensazione costante sarebbe stata quella di una mancanza.   Quali consigli ti sente di dare ad un giovane che voglia diventare un artista? Studiare la Storia dell’Arte e lavorare su sé stessi partendo dalle proprie paure, debolezze, relazioni ed esperienze. Può sembrare banale ma è la strada per trasmettere in maniera unica e sincera il proprio mondo. Di intraprendere questo percorso in maniera professionale con costanza curando i rapporti con i galleristi e con il proprio pubblico.        

Le opere fanno parte di una serie dal titolo ‘-10.994’ ovvero la quota di massima profondità oceanica, esattamente l’abisso Challenger nella Fossa delle Marianne.Ho immaginato l’abisso come la distanza incolmabile tra due persone o tra se stessi e i propri desideri, come quel posto dove vengono nascoste le parole mai dette e le immagini cancellate. E’ un lavoro sull’incomunicabilità tra noi e gli altri e con noi stessi.Le mie donne vivono a kilometri di profondità dove le loro parole si perdono. Sono figure silenziose con volti dagli occhi celati e la bocca sbiadita. La parola è sommersa, violata, rubata, strappata via, soffocata, l’immagine cancellata dal dolore, le aspirazioni sono dimenticate dal tempo. E quello che respingono là sul fondo si deposita e come materia organica non muore ma si trasforma in nostalgia, in rimpianto. dovere, insoddisfazione, questione irrisolta.




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